“Perturbazione o improvvisa modificazione nella vita di un individuo o di una collettività con effetti più o meno gravi e duraturi”: alla voce “crisi” trovo questa definizione sul dizionario. Quella in atto al Real Madrid è una crisi? C’è sicuramente una perturbazione, anzi ha piovuto sul bagnato con l’addio di Zidane e Cristiano Ronaldo quest’estate, e ci sono gli effetti, anche abbastanza gravi, di quattro sconfitte in undici partite: i blancos sono in crisi. In maniera particolare nel calcio, ogni crisi taglia delle teste, e le prime a saltare sono spesso quelle degli allenatori, come è capitato in questo caso con Julien Lopetegui. Con l’allenatore ad interim Solari i blancos sono tornati alla vittoria in Liga battendo 2-0 il Real Valladolid, con l’ex Inter ha convinto Florentino Perez di meritare la panchina delle merengues più di Antonio Conte. E se fosse il Real Madrid il vero problema? L’importante, adesso, è “reanudar”, ripartire.

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L’esordio di Julen Lopetegui, portiere del Barcellona: questo è il quinto gol subito dal Real Saragozza nel ritorno della Supercoppa di Spagna. (Im)parabile.

Recap: le prime e ultime 14 partite di Lopetegui al Real Madrid

In Spagna non si può mai stare tranquilli. Il presidente federale Luis Rubiales, fra sostenitori dell’indipendenza della Catalogna e Fifa, accusata dallo stesso presidente di agire “come la mafia siciliana”, si è trovato a usare il pugno duro in diverse situazioni. La più recente risale a quest’estate: il Real Madrid, orfano di Zidane, è in cerca di un allenatore, e Florentino Perez ritiene il profilo di Lopetegui quello più adatto per i blancos. Perez però ha fretta e conclude la trattativa tre giorni prima dell’inizio dei mondiali, sottraendo di fatto l’allenatore alle Furie Rosse. Rubiales decide quindi di esonerarlo in diretta durante una conferenza stampa e mettere al timone della nazionale iberica l’ex stella madrilena Fernando Hierro, che porterà la Spagna a condurre un modestissimo mondiale fino all’eliminazione contro la Russia, padrona di casa, agli ottavi. Facciamo però un passo indietro: perché la scelta di Perez è ricaduta su Lopetegui? Rispetto ai suoi contendenti, Julien conosceva già la società, avendo allenato il Castilla nel biennio 2008-09. La sua impostazione di gioco inoltre è abbastanza simile al 4231 che ha fatto le fortune di Zidane coi blancos; il 433 di Lopetegui obbliga i suoi giocatori a un pressing molto alto, come quello richiesto dall’allenatore francese, con i pro e contro che ne conseguono. La motivazione più rilevante per Perez è stata però poco tattica, almeno sul campo: il Real è una squadra di campioni, che viene da tre Champions League consecutive vinte abbattendo tutte le vincitrici dei principali campionati d’Europa anche a costo di accontentarsi degli ultimi posti del podio in Liga. La partenza di Cristiano Ronaldo in direzione Torino, seguita da quella di Zidane verso la stessa città, ha stravolto però lo spogliatoio, ritrovatosi di colpo senza mentore e senza la stella più luminosa del gruppo. Al Real serviva una guida, più che un tecnico, in grado di calmare i bollenti spiriti dei senatori madrileni e dimostrare di non essere assolutamente Cristiano-dipendente. L’ex Porto, pronto a sfruttare i blancos come trampolino di lancio, è sembrato quindi l’elemento migliore per questo compito, in un’operazione win-win per entrambe le componenti. Ma la calma è la virtù dei forti, e non a caso era ciò che predicava Cristiano Ronaldo dopo i suoi gol; Julien non si è dimostrato abbastanza “forte” per mantenere una panchina pesante come quella delle merengues, ma siamo sicuri che le colpe siano solo sue?

 

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“Calma, calma, ci sono qui io”. Anzi “c’era”

Dopo la partenza di Ronaldo, il più felice dell’arrivo di Lopetegui è stato Isco: l’ex Malaga conosce bene Julien, che l’ha allenato in tutta la trafila delle giovanili spagnole, e sa quanto si affidi ai giocatori che conosce meglio, al contrario di Zidane. Al servizio dell’ex Porto quest’estate sono arrivati Thibaut Courtois, Alvaro Odriozola, Vinicius Junior e Mariano Diaz, oltre a uno dei portieri più promettenti del panorama internazionale, Andriy Lunin. Tutti, tifosi e non, si aspettavano un colpo da novanta per rimpiazzare l’assenza della nuova stella juventina, ma il Real ha deciso di approfittare della situazione per dar spazio a uno dei talenti più limpidi in forza al Real negli ultimi anni, Marco Asensio. Così nel 433 davanti all’intoccabile quartetto di difesa Casemiro torna stabilmente a fare da diga per permettere a Isco e Kroos di lanciare Asensio, Benzema e Bale verso la porta. Il “Giocatore dell’anno” secondo Uefa e Fifa e principale indiziato alla vittoria del pallone d’oro di quest’anno gioca solo 32 minuti nelle prime due partite della Liga; Modric si può godere un meritato riposo dopo le fatiche con la Croazia anche perché Isco, Ceballos e Kroos sembrano aver capito appieno le direttive del tecnico. I primi novanta minuti del campione croato arrivano nella vittoria di misura contro l’Espanyol, prima di un tour de force di quattro match che precedono il Clasico, dove il Real riesce a raccogliere solo un punto. Più che concentrarsi sulla scialba prestazione delle merengues nello 0-0 strappato ai colchoneros, la sconfitta più esplicativa, anche più della manita alquanto pronosticabile rifilata dai rivali blaugrana, è quella del 26 settembre contro il Siviglia, quando Pablo Machín e il suo pargolo Andrè Silva abbattono per 3-0 i blancos. Machìn l’anno scorso è riuscito a portare il Girona dalla Segunda Division a ridosso della zona Europa League strappando punti a entrambe le squadre di Madrid, ma adesso siede sulla panchina del Siviglia, e la zona Europa League è il minimo per i tifosi che abitano il Sanchez-Pizjuan. Lopetegui a Siviglia manda in campo la sua formazione tipo, con Modric, esattamente come Machìn, che decide di preservare per il secondo tempo i velocisti Promes e Muriel. Il Siviglia ne fa tre in soli 45’, a dimostrazione che l’ex Girona è tre spanne avanti a Lopetegui; il suo 3412 difatti espone perfettamente i limiti del gioco madridista. Nella partita precedente, contro l’Espanyol, il Real Madrid ha stabilito il record di passaggi per una partita di Liga, con i blancos che sono arrivati a scambiarsi palla ben 800 volte in novanta minuti. Le merengues optano infatti per la costruzione dal basso palla a terra, alternata a frequenti cambi di gioco sfruttando la mobilità di Bale e Marcelo, e un pressing asfissiante, ma male organizzato: i padroni di casa con triangoli e movimenti perfetti dei quattro a centrocampo vanificano gli sforzi della “ABC” e contemporaneamente costringono sempre un uomo, spesso Casemiro, a spostarsi  per coprire una zona del campo lasciata scoperta. Sarabia e Ben Yedder risultano perfetti per ripartire in velocità e Andrè Silva non vede l’ora di dimostrare che quello visto in rossonero era un altro Silva. L’errore di Lopetegui, come è stato per Zidane, ricade nel pressing forsennato come unica via per recuperare palla e portarsi in avanti, ma il francese ha dimostrato di possedere molta più visione d’insieme e spesso con i cambi, vedasi in semifinale di Champions contro il Bayern, è riuscito a ribaltare la situazione. Lo spostamento di Casemiro, forzato a muoversi dalla posizione spesso inutilmente troppo offensiva di Modric, libera uno spazio perfetto per le incursioni delle punte fra il centrocampo e la difesa, e l’unico modo per contrastare questo “buco” di diversi metri davanti a Ramos e Varane è scoprire un lato spostando un terzino o un centrale per occupare la zona, peggiorando di fatto la situazione. Con questo sistema di gioco, anche un errore minimo può regalare palla agli avversari, e contro una squadra veloce come il Siviglia vuol dire subire una ripartenza rapida e con almeno tre o quattro uomini da dover contenere. La posizione di Marcelo è la ciliegina sulla torta, scelto accuratamente da Machìn come bersaglio principale: ogni discesa del brasiliano sulla fascia, o ogni mancata copertura, è un inviato ai centrocampisti avversari a servire Andrè Silva con una palla lunga, e inoltre costringe Sergio Ramos o Casemiro a ripiegare per occupare la zona lasciata scoperta e andare sull’esterno avversario posizionato, ovviamente, molto largo, in un gioco delle parti quasi istintivo e naturale, oltre che frequentissimo, in qualsiasi squadra che giochi con la difesa a quattro. Eppure in quella che dovrebbe essere la migliore squadra del mondo questo fondamentale non è stato svolto alla perfezione: Machìn l’ha notato, l’ha spiegato ai suoi, ed è riuscito a bucare non una, non due, ma ben tre volte una delle difese più forti in campo internazionale degli ultimi anni.

 

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Nella freccia si intravede Marcelo a centrocampo che non fa in tempo a coprire favorendo l’incursione, e il conseguente gol, di Kimmich in Bayern – Real 1-2.

Adesso Solari, ma non si scioglie il dilemma Conte

 

Adesso la gestione dello spogliatoio è stata affidata a Santiago Solari, che fino a un mese fa guidava il Real Madrid Castilla. L’occasione per l’ex Inter è ghiotta, e finora i risultati lo premiano: è passato al turno successivo in Copa del Rey battendo 4-0 il Melilla, e settimana scorsa nei minuti finali ha strappato 3 punti al Valladolid grazie a uno strepitoso ViniciusJunior. Il talentino brasiliano è l’arma in più di Solari, il primo allenatore a prenderlo seriamente in considerazione: il pomo della discordia fra tifosi e Lopetegui ha già accumulato tre assist in quattro partite (giocando soltanto 130 minuti) con la prima squadra e il suo prossimo allenatore, che sia Solari, Conte o Jardim, il nome più valido fuoriuscito dalle indiscrezioni dell’ultima ora, non potrà certo rispedirlo nella Segunda Division. Ma chi sarà il prossimo allenatore stabile dei blancos? Oltre all’ex Monaco, il nome che entusiasma maggiormente gli addetti ai lavori e i media spagnoli è quello di Antonio Conte. Il tre volte vincitore della Serie A e della Premier League è pronto a intraprendere una nuova avventura in Spagna dopo essersi svincolato dal Chelsea. Portare le merengues a contendersi la Liga con il Barcellona e nelle fasi finali di Champions League sarebbe l’occasione perfetta per dimostrare ai suoi detrattori che l’ex tecnico bianconero non è capace di vincere solo senza distrazioni “di coppa”. Come giocherebbe il Real di Conte? Il tecnico leccese potrebbe tranquillamente riproporre il tanto amato 3-4-1-2 che ha fatto le fortune di Chelsea e Juventus, con il più che duttile Nacho a comporre il terzetto difensivo insieme a Sergio Ramos e Varane, con l’avanzamento nei 4 di centrocampo di Marcelo, per aumentare l’impatto offensivo. L’ex terzino viola Marcos Alonso in due stagioni con Conte al Chelsea ha siglato ben 14 gol e 7 assist in 81 partite, e Marcelo sarebbe l’upgrade perfetto per valorizzare le sovrapposizioni delle ali e le verticalizzazioni tanto richieste sin dai tempi della Juventus. Il resto dell’undici titolare dalla mediana in su è quasi obbligato, con Kroos e Casemiro a supporto di Modric, pronto a servire “El Magia” Isco, situato dietro le punte Bale e Benzema. Se invece il Real dovesse rimanere nelle mani di Solari, potremmo finalmente vedere il giusto afflusso di canterani in prima squadra. Nel 433 che l’ex River Plate ha messo in campo contro Melilla e Valladolid si sono visti ben cinque giovani, in una revolucion dal basso che mancava da troppo tempo: accanto a Nacho e Ramos, autore del 2-0 contro il Valladolid nei minuti finali, per comporre il quartetto difensivo Solari ha inserito il classe ’95 Odriozola, prelevato dalla Real Sociedad, e il classe ’96 Reguilon, pescato proprio dal Castilla. Oltre a Vinicius Junior, anche se solo in panchina, hanno trovato spazio anche Javi Sanchez e Federico Valverde, rispettivamente classe ’97 e ’98. L’impostazione di Solari sarà sicuramente basata sullo sviluppo dei giovani, sia per esporli e dare più opzioni a una squadra spesso decimata dagli infortuni, sia per togliere il “posto fisso” ai senatori e assicurarsi che giochino sempre al meglio. Fra le due opzioni, sul piano tattico l’avventura di Conte potrebbe aprire un nuovo ciclo madridista veramente capace di ostacolare il dominio blaugrana in Liga e potrebbe regalarci una nuova visione del calcio in Spagna, più difensivo, ma non per questo meno prolifico, nei confronti di un calcio più “statico” come quello di Solari forse ancora troppo acerbo per un’avventura così importante. Chi si siederà stabilmente sulla panchina di una delle squadre che comunque, giocando a calcio, resta una delle più forti del pianeta, dovrà fare i conti con “El Lobo”, o meglio, “El Capitan” Sergio Ramos che si è già espresso in merito: “El respeto a un entrenador se gana, no se impone”. Tutti, Conte in primis, sono avvisati.

 

A cura di Piergiuseppe Musolino

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